Votate chi vi pare, ma votate

Domani si va a votare. A me piace andare a votare, mi viene sempre un po’ da sorridere perché non mi pare vero, sono tredici anni che voto e ogni volta mi mette un po’ d’emozione andare nella mia vecchia scuola materna (o media, per un periodo), salutare il poliziotto, entrare, dare i documenti, prendere la matita e il foglio, andare dietro il paravento di legno — lo stesso che vedevo accatastato nei corridoi quando a scuola ci andavo da alunno —, mettere la crocetta, sperare di riuscire a piegare il foglio in meno di cinque tentativi, riconsegnare la matita, e poi mettere la scheda nell’urna. Ecco, soprattutto quello mi emoziona ogni volta. Mi sento importante.

E lo so che oggi è tanto comune sparare a zero, “sono tutti uguali”, “sono tutti corrotti”, “mandiamoli a casa”; e poi quelli che “io non voto perché non cambia mai niente”. Sarà. Ma per quanto imperfetta sia la democrazia, è comunque la cosa migliore che abbiamo; e votare è il momento in cui si può fare una differenza, in un senso o nell’altro. Perché rinunciarci? Non votare “perché non cambia niente” è come spararsi in un piede per dimostrare che il fucile era carico. Facile, poi, lamentarsi che non cambia niente. Ma al di là di tutte le idee politiche che ognuno di noi ha, il voto è importante; che si tratti di amministrative, politiche, europee o referendum non importa.

Ultimamente, ogni volta che vado a votare, mi cade l’occhio sul registro degli elettori. È vero che io spesso ci vado presto, perché sono impaziente e, l’ho detto, andare a votare mi piace. Ma anche nei casi in cui sono andato più tardi, l’ho sempre visto miseramente vuoto. E questo è un male per tutti, perché come si può pensare di essere rappresentativi — ripeto, al di là del risultato — se non andiamo a dire la nostra?

Fate un favore a voi stessi e domani un quarto d’ora mettetelo da parte per andare al seggio. Votate chi vi pare, ma votate!

Se è urgente, evitate di contattarmi su WhatsApp

Non scrivo molto su questo blog (ok, praticamente mai, ma il tempo è pochissimo) ma ne approfitto per una comunicazione personale che riguarda chi cerca di mettersi in contatto con me. (Questo post è stato aggiornato a luglio 2015.)

Il succo del discorso è questo: se avete urgenza, non scrivetemi su WhatsApp. WhatsApp mi obbliga a rispondere esclusivamente dal telefono, il che significa che se sto lavorando, o comunque facendo qualsiasi altra cosa, devo mollare tutto e rispondervi; poi voi mi rispondete e continuiamo a perdere tempo così. Semplicemente non lo faccio, quindi se insistete a scrivermi su WhatsApp aspettatevi tempi di risposta nell’ordine delle ore, e non stupitevi se nel frattempo mi vedete attivo online altrove. Non è cattiveria, è che mi passa di mente; quando mi arriva un messaggio su WhatsApp spesso leggo l’anteprima che entra nella notifica, visto che mi arriva anche sul Pebble, ma nemmeno mi metto ad aprirlo se sto facendo altro. In più in inverno ho le sempre le mani freddissime, e in generale non amo molto scrivere su una tastiera virtuale su un touch screen. Per darvi un’idea, uso così poco Whatsapp che a volte smettono perfino di arrivarmi le notifiche perché il server pensa che io l’abbia disinstallato.

Se non potete aspettare qualche ora, scrivetemi usando un sistema che mi permetta di rispondere dal computer, in modo da poter fare una deviazione di pochi secondi e continuare con quello che stavo facendo prima, spesso senza nemmeno dover spostare le mani dalla tastiera. È l’unico modo per avere una risposta rapida. No, web.whatsapp.com non risolve niente: non funziona con iPhone e l’implementazione è penosa (le due cose sono strettamente correlate).

Quindi, se avete urgenza, potete usare svariati metodi, qui presentati in ordine inverso di preferenza:

  • Telegram (come WhatsApp, ma più sicuro e completamente gratis; disponibile per tutte le piattaforme mobili e per il web)
  • Facebook Messenger (gratis; disponibile per tutte le piattaforme e per il web; non è attivo sul mio numero, è solo per i contatti FB)
  • Classici SMS (probabilmente gratis, controllate con il vostro operatore; i miei numeri sono entrambi Wind)
  • Email (spesso in tempo reale, altrimenti con un ritardo che è comunque inferiore al tempo che ci metto per rispondere su WhatsApp…)
  • Voxer (solo per i messaggi audio)
  • Facetime Audio (se proprio non potete farne a meno; non fate chiamate video perché non rispondo)
  • Classiche telefonate (se proprio non potete farne a meno; non lasciate messaggi in segreteria perché non li ascolto)

Lasciate perdere Skype perché se lo apro una volta ogni due mesi è tanto, e anche tutti gli altri sistemi di comunicazione minori come Viber, Indoona o altre cose del genere.

Tutto questo si applica a chi ha il mio numero privato (329) o per chi è sulla mia lista contatti Facebook. Chi ha solo il mio numero lavorativo (327) farebbe bene a limitarsi soltanto a email o eventualmente alle telefonate: pure gli SMS in quel caso preferisco evitarli.

Anche tutti i miei numeri americani che ho avuto nel corso degli anni non sono più attivi, ed è da considerarsi inattivo anche il numero fisso con prefisso 0871 che avevo fino a un paio di anni fa (qualora qualcuno ce l’avesse ancora da qualche parte).

Harajuku Fashion Walk Pescara, quarta edizione

Sabato scorso, il 28 settembre 2013, si è tenuta a Pescara la quarta edizione dell’Harajuku Fashion Walk locale. Di che si tratta? Ve lo spiego subito, anche perché fino a poche settimane prima nemmeno io ne avevo idea.

Harajuku è, riassumendo e semplificando, il quartiere della moda di Tokyo; diciamo che può essere paragonato, con le dovute differenze, a Via Montenapoleone di Milano.
Una Fashion Walk, invece, è esattamente quello che suggerisce il nome: una passeggiata di gruppo per le vie della città in cui tutti i partecipanti sono vestiti secondo un certo stile.

Circa un mese fa la mia amica e modella Mara mi ha invitato su Facebook a questo evento, dicendomi che mi sarei divertito a scattare foto. In effetti non si vedono spesso persone vestite in modo così esuberante, e mi sono detto: perché no?
In realtà, per tutta una serie di coincidenze, fino a un’ora prima dell’incontro non sapevo ancora se sarei andato, ma alle 15:30, puntuale come un orologio della Casio (siamo in Giappone, no?) mi sono ritrovato alla Stazione Centrale di Pescara a chiacchierare con Mara e ad aspettare che arrivassero gli altri.

Era già prevista la presenza di un fotografo ufficiale, quindi non ho mai avuto la pretesa di realizzare foto perfette; piuttosto, ho approfittato dell’occasione per fare una cosa che non faccio mai: immortalare momenti spontanei, quasi fossero scatti rubati. Non lo faccio mai perché qui a Chieti la gente è sospettosa, e andare in giro con una macchina fotografica attira troppi sguardi; non solo, c’è anche il rischio concreto che qualcuno si innervosisca…

Il percorso della passeggiata è stato piuttosto breve, dalla Stazione Centrale a Piazza della Repubblica (dove, tra le altre cose, c’era un tizio che portava a spasso un maialino — come se non bastasse l’esuberanza di una trentina di ragazze vestite alla moda Giapponese!) Qui, nei pressi della Nave di Cascella, Andrea — fotografo ufficiale nonché persona gentilissima — ha scattato foto a ognuno dei partecipanti. Io, dimenticandomi che sono timido e comunque cercando di non dare fastidio, mi sono messo lì a fianco e ho scattato abbondantemente… al punto da dover tirare fuori la memoria d’emergenza.
Nel frattempo, ovviamente, i passanti si fermavano e si facevano fotografare con le ragazze che aspettavano il loro turno per le foto ufficiali di Andrea (e quelle rubate del sottoscritto) o che le avevano già fatte.

Ora, chi mi conosce sa che io non sono esattamente un nipponofilo. Semplicemente non sono mai stato appassionato di anime, manga, o di cultura giapponese, né classica né moderna; mi affascina alla lontana, mi incuriosisce il divario enorme tra tradizione e modernità e conosco più o meno la storia di Yataro Iwasaki e della sua Mitsubishi, che di fatto è stata lo spartiacque tra antico e moderno (grazie, History Channel!), ma mi fermo lì. Anche la mia passione per le lingue, del resto, non riguarda molto quelle orientali; sarà che non so disegnare e se provassi a studiare il giapponese (o il cinese, o il coreano, o il thailandese, ci siamo capiti insomma) finirei per insultare qualcuno solo scrivendo il mio nome…

In ogni caso, è proprio per questo mio essere “infiltrato” all’Harajuku Fashion Walk che sono rimasto molto colpito dalle reazioni, tutte più che positive, che le partecipanti hanno avuto su Facebook quando ho iniziato a pubblicare le foto.
Innanzitutto devo dire che l’organizzatrice, Grazia, è una persona deliziosa; non saprei quale altro aggettivo usare. Abbiamo chiacchierato a lungo nei giorni successivi alla passeggiata, mi ha spiegato un po’ di retroscena delle Fashion Walks, e mi ha fatto sentire “a casa” nonostante, appunto, io fossi una specie di infiltrato.
In realtà sono stato quasi sopraffatto — positivamente! — dalle reazioni alle mie foto da parte di tutte le persone che ho fotografato. Già questo è un po’ insolito, visto che sono abituato alle lamentele di chi non si piace ;-), ma quello che mi ha stupito di più è stato ricevere complimenti proprio sugli scatti “rubati”.
Non solo: più di una ragazza ha usato una delle mie foto come foto profilo e/o di copertina su Facebook (!), più di una ragazza mi ha definito “fotografo professionista” (!!) e più di una ragazza ha espresso interesse nel posare per me in studio (!!!). Chissà che finalmente la fotografia non diventi davvero un secondo lavoro…

In ogni caso, durante questa settimana ho avuto modo di chiacchierare con molte di loro, tutte persone semplicemente meravigliose. La prossima Harajuku Fashion Walk a Pescara ci sarà tra novembre e dicembre, e sicuramente non mancherò. Chissà che prima o poi non riusciranno a convincermi a mettermi in costume… 😉

Questo post, quindi, è semplicemente per ringraziare — di cuore! — tutte le persone che c’erano sabato. Era da un pezzo che non mi divertivo così. 🙂

Potete vedere le mie foto su Flickr o su Facebook. Non dimenticate di mettere “mi piace” alla mia pagina per ricevere tutti gli aggiornamenti!

Il gruppo di partecipanti, alla partenza

Il gruppo di partecipanti alla partenza

Cosa serve per essere una modella? E come funziona un servizio fotografico?

(Se vuoi la risposta rapida alla domanda “Cos’è una modella e cosa significa posare per delle foto?”, puoi andare direttamente alla parte in questione.)

Chi mi conosce sa che da qualche tempo a questa parte ho iniziato una collaborazione fotografica con la make-up artist (e mia carissima amica) Stefania Di Gregorio e ho iniziato a fotografare delle modelle. Le foto si possono vedere su Flickr o sulla mia pagina Facebook.
In realtà si tratta di un’idea che avevo da molto tempo, a dirla tutta da anni, ma non ero mai riuscito a convincere nessuno a posare per me. Sarà che vivo in una zona in cui la gente è timida, ma dopo vari tentativi a vuoto di convincere delle amiche a posare per me ci avevo rinunciato. Le motivazioni, in particolare, erano la cosa più frustrante: “sono brutta”, “non sono fotogenica” o il sempre attualissimo ma completamente insensato “mi vergogno” (di che?)

Fatto sta che finalmente, da un paio di mesi a questa parte, la cosa sta funzionando. Questo post è una specie di flusso di coscienza (e quale blog più appropriato?) per condividere con gli altri e per ricordare a me stesso cosa ho imparato stando dietro alla macchina fotografica quando davanti c’è qualcuno, e anche per riepilogare come “funzionano” questi servizi. Molto probabilmente farò leggere questo post alle persone a cui proporrò di posare per me in futuro, così possono avere un’idea più precisa di come si svolge il tutto.
Due sole note, prima di cominciare: innanzitutto parlerò di modelle, al femminile, perché collaboro con una make-up artist che chiaramente lavora sulle donne, ma buona parte di quello che scriverò si applica anche agli uomini. Inoltre so di avere la tendenza a essere un po’ logorroico, ma preferisco spiegarmi senza lasciare dubbi. Abbiate pazienza, e spero che ne valga la pena.


Iniziamo dal principio: se ti chiedo di posare per me, significa che ti reputo di aspetto abbastanza gradevole da essere ritratta in foto, altrimenti non lo farei. Quindi non sei brutta, e ti assicuro che tutte le piccole imperfezioni che vedi allo specchio ogni mattina si perderanno nelle foto. Continua a leggere, perché poi ne parlo più in dettaglio. Naturalmente, se sei tu che ti proponi, questo problema non dovrebbe porsi.

L’eventuale compenso economico viene discusso chiaramente in anticipo, e tiene conto del lavoro della make-up artist, dell’eventuale hair stylist e del mio lavoro di fotografo, che include sia gli scatti sia la post-produzione (che è un termine più corretto di “ritocco” visto che si tratta spesso di operazioni più complesse.)

Dovrai firmarmi una liberatoria. Prima di iniziare, non dopo. Anche se ci conosciamo da quindici anni. Anche se è la decima volta che lavoriamo insieme. La liberatoria è scritta un po’ in legalese e, a leggerla, sembra che io possa fare qualsiasi cosa con le foto che ti scatto, anche cederle alla NASA per farci le serigrafie sul prossimo rover in partenza per Marte. Effettivamente in teoria è più o meno così, ma non sono una cattiva persona e ti assicuro che non farei mai niente di male alle immagini né, di riflesso, a te.
Se mai dovesse venir fuori qualcuno che vuole acquistare i diritti delle immagini, anche se in teoria potrei legalmente venderglieli e basta (lasciandoti a bocca asciutta) non lo farei senza prima dirtelo per prendere accordi con te, e la tua immagine comunque comincerebbe ad acquistare valore. In altre parole: al prossimo servizio fotografico (con me o con qualcun altro) potrai far leva sul fatto che la tua immagine è stata valutata economicamente, e pretendere di essere remunerata per il nuovo servizio; magari poco, ma remunerata.
Anche Kate Moss ha fatto centinaia di servizi fotografici gratis o a due lire prima di diventare miliardaria. (Se lo diventi, per favore non rovinarti con alcool e droga come lei, ché non vale la pena.)

Se vuoi fare delle foto in particolare o se hai dei suggerimenti sul tema fotografico che ti propongo io, parliamone prima del giorno del servizio. Qualsiasi dubbio ti venga in mente, fallo presente al più presto. La comunicazione è tutto. Non siamo avversari, giochiamo tutti nella stessa squadra. Nessuno vuole mettere in difficoltà nessuno, perché non conviene a nessuno.
Probabilmente ti metterò in contatto anche con la make-up artist e/o con la hair stylist (se per quel progetto c’è) per cominciare a definire alcuni dettagli specifici. Anche qui, se hai idee o dubbi, falli presente al più presto.

Se il servizio ha un tema ben specifico, ma è utile farlo comunque, vai davanti allo specchio e mettiti in posa come se stessimo effettivamente scattando le foto. Se scopri che c’è della musica che ti aiuta a concentrarti o a rilassarti, mandami degli mp3 così posso studiarla e imparare a conoscerla per sfruttarla al meglio durante gli scatti. In alternativa, metterò io della musica di sottofondo che secondo me può aiutare a realizzare le immagini.

Il giorno del servizio porta qualsiasi cosa che pensi che possa servire. Vestiti, accessori, gioielli, davvero qualsiasi cosa. Potrai cambiarti agevolmente lontano da occhi indiscreti, e nessuno ti metterà fretta. Naturalmente dovrai arrivare completamente struccata e, se è prevista l’acconciatura, dovrai avere i capelli al naturale.
Se sei in ritardo, anche di dieci minuti, fammelo sapere quanto prima e provvederò ad avvertire gli altri. Non c’è niente di peggio che iniziare un lavoro spazientiti, e lo dico per esperienza.

La prossima parte è quella più importante, quindi leggila con attenzione.

Modella è una parola che in molti associano a ragazze troppo giovani, troppo magre e in pose troppo audaci. Non è affatto così.
Posare per delle foto significa recitare senza movimento e senza voce. La mia idea di fotografia è il teatro congelato nel tempo, è l’istantanea della vita di un personaggio.
Se ti chiami Rita io non voglio fotografare Rita: voglio fotografare un personaggio interpretato da Rita; chiamiamola Gilda. Voglio che Rita lasci sé stessa e la sua insicurezza fuori dalla porta e che dalla sua anima venga fuori un’altra donna, Gilda, che non è Rita. Voglio vedere la storia di Gilda, le sue gioie, le sue paure, i suoi sogni. Voglio che Rita presti soltanto il corpo a Gilda. Davanti al mio obiettivo muoviti come Gilda, pensa come Gilda, vivi come Gilda: sii Gilda.
Passiamo la vita a leggere romanzi e a guardare film, a vivere le storie di qualcun altro che nemmeno esiste sognando di trovarci al suo posto; con la fotografia, hai la possibilità di essere quei personaggi, di cambiarne la storia, di crearne di nuovi, di viverli; hai la possibilità di essere libera attraverso di loro.
Non mi interessa se non sei magrissima, se porti gli occhiali, se non hai un naso da bambola o se hai una grossa cicatrice, se hai 18 anni oppure 81. Non voglio che tu sia nuda. Voglio che tu permetta al tuo personaggio di vivere attraverso di te per raccontare la sua storia.

Ricordati che le foto sono tanto tue quanto mie: io posso avere un’idea, ma sei tu che devi realizzarla. Io posso guidarti, ma sei tu che reciti. Il regista ha bisogno degli attori e gli attori hanno bisogno del regista.
Col tempo impareremo ad essere sincronizzati e a comunicare con gli occhi: il traguardo è la simbiosi.
Non preoccuparti se avrai difficoltà a mantenere il personaggio. Nessuno ti corre dietro! La frustrazione non aiuta nessuno: un bel respiro, una battuta e si ricomincia. Probabilmente ti sentirai a tuo agio quando anch’io dirò “oops!” e dovrò sistemare le luci, o mi vedrai armeggiare con la mia macchina fotografica per sistemare qualcosa. Si impara sempre strada facendo.

Dopo il servizio, comincerò la post-produzione. Avrò centinaia di immagini, quindi molte saranno cestinate subito. È normale ed è giusto che sia così: dalle varie centinaia si arriverà a qualche decina di immagini che poi saranno ulteriormente ridotte. Ricordati che puntiamo sulla qualità, non sulla quantità.
Prima di iniziare, se ci siamo accordati così, potrei mandarti alcune di queste immagini a bassa risoluzione e con un watermark sopra. Non puoi pubblicarle da nessuna parte, servono solo a te per avere un’idea di cosa abbiamo realizzato. Tieni conto che sono foto grezze, quindi potrebbero sembrare brutte e potresti pensare che sono inutilizzabili. Fidati di me: senza entrare troppo nei dettagli specifici, i file su cui lavoro sono ad alta risoluzione e in un formato che contiene molti più dati rispetto alla versione che ti ho mandato. Questo mi permette di fare quello che in quel momento può sembrarti impensabile.
I tuoi commenti in questa fase sono importanti, ma non sono vincolanti: ti chiedo di avere fiducia in me. Dimmi se ci sono immagini che ti piacciono di più o alcune che proprio non ti piacciono, così possiamo parlarne. Ti assicuro che lo terrò in considerazione, anche per i lavori successivi. Di volta in volta ci si conosce e si lavora sempre meglio.

La post-produzione può richiedere qualche giorno o qualche settimana in base a molti fattori. Abbi pazienza. Se il servizio è andato particolarmente bene (o particolarmente male!) potrebbe essere difficile scegliere le foto migliori o semplicemente decidere quando smettere.
Questo passaggio prevede sia modifiche sulla luce e sull’ambiente, sia piccoli ritocchi cosmetici. Questo non significa che tu sia brutta o imperfetta, o che sia necessario Photoshop per renderti presentabile! Ci sono semplicemente delle cose che di persona non notiamo molto, come ad esempio i cerchi scuri sotto gli occhi (che sono semplicemente causati dalla conformazione del cranio di ognuno di noi) che tuttavia nelle foto in studio, proprio per via del tipo di luce, attirano molto l’attenzione e distolgono lo sguardo dal senso della foto. Non è necessario arrivare al punto di rendere la pelle irreale come in una bambola di porcellana — a meno che non sia proprio quello il tema delle foto — ma è molto comune che venga resa un po’ più liscia, pur conservandone la trama e la struttura reale, dopo aver rimosso le inevitabili e naturali piccole imperfezioni della pelle che abbiamo tutti.
Ripeto: sono modifiche normali e comuni e non implicano affatto che tu sia brutta, assolutamente; semmai è un modo per accentuare ulteriormente la tua bellezza naturale. D’altro canto non è lo stesso scopo del make-up?

Le immagini finali, salvo accordi diversi, saranno alla massima risoluzione possibile con un mio watermark non invasivo, e ne sarà realizzata una versione ridotta per la pubblicazione sul web.
Riceverai copia di entrambe le versioni, e per la tua promozione personale (come indicato nella liberatoria) non dovrai mai toglierlo o modificare in alcun modo le immagini. Non sei tuttavia obbligata a indicare un link al mio sito quando usi le immagini, né indicare separatamente il mio nome; in questo senso, il watermark è la mia firma ed è importante che resti visibile sulle foto.
Riceverai le foto tutte insieme al termine della post-produzione in formato digitale: ti invierò via mail un link per scaricarle o, nel caso si tratti di molto materiale, ti fornirò di persona un CD. Se non dovesse essere conveniente incontrarci solo per darti il CD, ad esempio perché siamo distanti, te lo invierò per posta.

Io pubblicherò tutte le foto sul mio portfolio online, senza vincoli o previsioni sui tempi. Potrei pubblicarle tutte insieme o una alla volta, senza fretta, in modo da massimizzarne l’esposizione. Il tuo nome, reale o d’arte secondo quanto indicato sulla liberatoria, sarà sempre associato alle immagini durante la pubblicazione sul mio portfolio: quanto maggiore sarà la mia esposizione come fotografo, tanto più lo sarà la tua come modella.
Per questo motivo, se ne hai voglia, può tornarti utile seguire l’evoluzione dei commenti, almeno nei primi giorni: rispondere personalmente a quanto viene detto da chi vede le foto ti permette di farti conoscere e può darti e darci nuove idee per nuovi temi fotografici.
Avrai anche modo di vedere come non avevi motivo di essere insicura: finora nessuna delle modelle con cui ho lavorato ha mai ricevuto critiche, nemmeno sulle foto che loro reputavano terribili. Siamo noi i nostri peggiori critici!

In ultimo, la cosa più importante: posare dev’essere un piacere. Se non te la senti o cambi idea dopo aver preso accordi, non aspettare l’ultimo momento. Parliamone il prima possibile e se proprio non ti va di farlo, non importa! Lo scopo principale non deve essere necessariamente avere foto ed ampliare il proprio portfolio: quello che conta davvero è divertirsi e, alla fine, essere soddisfatti del risultato.


Photo by Daniele Nicolucci (…che poi sarei io)

Le mie foto su FlickrLa mia pagina su Facebook

Lunga vita ai nerd!

Sul suo blog sul Post, Roberto Gagnor ha pubblicato un interessante articolo sulla percezione dei “secchioni” nella società italiana, facendo particolare riferimento alla televisione. D’altro canto, checché se ne dica, la TV — soprattutto quella cosiddetta “generalista” — è e resta lo specchio del modo di pensare della maggioranza.

Nel suo articolo, il buon Gagnor fa notare come chi sa le cose (ed è disposto a spiegarle) venga solitamente ridicolizzato, se non addirittura preso di mira, da chi le cose non le sa, e soprattutto non le vuole sapere. Scrive l’autore, e i lettori nei commenti confermano, che i non-secchioni non sono solo ignoranti: si vantano addirittura della loro ignoranza, mettendo gli altri, quelli che ignoranti non sono, quasi nella condizione di doversi quasi scusare. Il termine “secchione”, sostanzialmente, usato come insulto.

Io a scuola sono sempre andato bene. Ho faticato non poco in matematica alle superiori, vero, un po’ perché i miei interessi culturali stavano cambiando e un po’ perché, lasciatemelo dire, definire mediocre il mio professore del biennio sarebbe già un enorme complemento. Purtroppo, non avendo solide basi, è difficile andare avanti. In ogni caso, nelle altre materie non ho mai avuto particolari problemi, anzi alla fine sul mio diploma c’era scritto 95/100. Non ero “petulante e presuntuoso”, come secondo Gagnor sono spesso percepiti i secchioni dai non-secchioni, anche perché la mia timidezza cronica me l’ha sempre impedito. D’altro canto non sono mai stato uno che passava troppo tempo sui libri: stavo attento a scuola e a casa dovevo lavorare meno. Non ero scemo.

Nel corso degli anni, e con l’aumentare delle mie conoscenze in campo informatico e non solo, mi sono sicuramente reso fastidioso agli occhi di qualcuno. Guarda caso, però, si trattava sempre di persone simili al “compagno che scoreggia e mette la puntina sotto la sedia del professore” che cita Gagnor nel suo articolo. In altre parole: gente fiera della propria pochezza culturale.

Uno dei più comuni appellativi che mi sono stati affibbiati da queste pesone è quello di “nerd”, con intento chiaramente offensivo. La cosa in realtà è abbastanza divertente, anche perché è un termine che si presta benissimo al concetto sociolinguistico di riappropriazione (di cui ho parlato, in inglese, sul mio blog Avian Bone Syndrome).
Per dirla in due parole: ci sono termini che nascono come offensivi verso un determinato gruppo di persone, normalmente una minoranza, ma col tempo gli appartenenti a quel gruppo cominciano a usarlo per riferirsi a sé stessi. A mano a mano il peso offensivo di quella parola tende a diminuire quando viene usato da persone esterne al gruppo, ma viene rafforzata la segregazione tra chi ne fa parte e chi non lo è. Questo può essere considerato anche più offensivo, dato che la percezione è che venga minata l’identità stessa di quella minoranza. Se volete capirci qualcosa in più vi conviene leggere quel post. Torniamo a noi.

“Nerd”, ovviamente, non ha le implicazioni socio-politiche dei termini offensivi usati per riferirsi a nazionalità, gruppi etnici od orientiamenti sessuali. Nel suo piccolo ha però un discreto impatto, anche se negli ultimi anni quando l’essere chiamati “nerd” è una cosa che noi, destinatari di tale epiteto (o presunto tale!), prendiamo con surreale divertimento. Certo, preferiremmo essere chiamati “geek” che è più rispettoso, ma considerato che la maggior parte degli italiani lo pronuncerebbe male ci accontentiamo di essere chiamati “nerd” e di vedere la reazione infastidita di chi si rende conto che non ci offende affatto, anzi, per noi è quasi un complimento.

Perché, vedete, noi sappiamo che non c’è niente di male nel sapere le cose, soprattutto se si tratta di tecnologia. Non c’è niente di male nell’usare il cervello e non sapere come fare la pizza in casa, così come non c’è niente di male nell’essere pizzaioli provetti e non saper mandare un sms. La differenza è che noi non ci sentiamo inferiori perché non sappiamo fare la pizza, e soprattutto non cerchiamo di far sentire inferiori, paradossalmente, chi ne sa più di noi; anzi, massimo rispetto per i pizzaioli, per i muratori, per gli idraulici, per gli operai. Che senso ha insultare uno che ne sa di più, soprattutto se vuole insegnarci qualcosa?

Noi “nerd” possiamo essere timidi, possiamo portare occhiali spessi come il fondo delle pentole Mondial Casa, possiamo avere i capelli sempre fuori posto. Possiamo anche essere degli emeriti rompiscatole se ci dà fastidio vedere gente che non sa scrivere in un italiano almeno decente, o se sbuffiamo quando chi ci chiede aiuto col computer non si è segnato il messaggio di errore e pretende che noi, magicamente, sappiamo cosa è andato storto.

Eppure, vedete, pensate a quello che state facendo: state leggendo questo post su un blog, ossia su un sito. Da qualche parte c’è stato un nerd che ha configurato il server web scritto da dei nerd su un sistema operativo scritto da altri nerd. Ancora altri nerd da qualche parte hanno tirato le migliaia di chilometri di fili tra il server e la vostra linea del telefono, inclusi i nerd che hanno smanettato nella centralina adsl o sul ripetitore a cui siete collegati. E il vostro browser è stato scritto da alcuni nerd e gira su un sistema operativo scritto da nerd. Il vostro telefono funziona, anzi esiste, grazie ai nerd. Potete guardare un film al cinema grazie ai nerd che hanno studiato noiosissime formule di ottica perché altri nerd con il pallino di scoprire come funziona il mondo si sono messi a fare delle prove con un pezzo di vetro convesso, qualche secolo fa, e grazie ai nerd che hanno scoperto come imprimere delle immagini su una pellicola. Il vostro ascensore funziona perché migliaia di anni fa un nerd sconoscuito ha scoperto il principio della carrucola. Tesla era un nerd. Edison era un nerd. Einstein era un nerd. Higgs è un nerd. Jobs era un nerd. Il tizio che ha inventato Bittorrent è un nerd ed è pure autistico. E il pizzaiolo della vostra pizzeria preferita, beh, è un nerd pure lui nel suo campo. E per fortuna che lo è!

Pensare di insultare qualcuno che ne sa più di voi in campo tecnologico chiamandolo “nerd” lo farà divertire, anche solo per un motivo: vi giocate la possibilità di farvi sistemare da lui qualcosa che non va. Una persona, di cui non farò il nome, si è divertita a chiamarmi così per diverso tempo. Poi ha speso €70 (settanta euro) per farsi cambiare una presa difettosa da un elettricista. Io, da bravo nerd, so farlo da solo: spendo €3 (tre euro) di materiale e in meno di cinque minuti ho finito. Però, beh, volete mettere la sua soddisfazione di non essere nerd come me?


Un nerd costruito da un nerd:

(“Short Circuit 2”, 1988)


Photo by Paul Hamlet, used according to CC license

Non lavoro gratis

Vorrei chiarire una cosa una volta per tutte: NON LAVORO GRATIS.

Non ti faccio il sito gratis, non ti faccio le foto gratis, non ti faccio le traduzioni gratis, non ti aggiusto il computer gratis, non ti trasferico gratis su dvd le videocassette coi filmini di quando eri piccolo.

Non lo faccio gratis perché è il mio lavoro, e il lavoro va pagato.

Non mi chiedere sconti, perché già faccio preventivi al limite del sottocosto quindi comunque risparmi. Se credo che sia il caso, ti farò io lo sconto.

Non mi dire “un altro mi chiede meno” perché ti rispondo “allora vai da lui, perché perdi tempo a contrattare con me?”
Non mi dire “fammi lo sconto che poi ti faccio fare altri lavori” perché ti rispondo “pagami questo a prezzo pieno e al prossimo ne riparliamo.”
Non approfittare della mia pazienza solo perché ci conosciamo da vent’anni, soprattutto se ci sentiamo una volta l’anno.
Non credere che il fatto che siamo parenti ti dia qualche vantaggio. (Anzi!)

Pretendere che una persona lavori gratis è una mancanza di rispetto per il suo stesso lavoro.

Detto questo, dai un’occhiata ai servizi che offro.

Benvenuti sul nuovo Flusso di Coscienza!

E così, dopo qualche anno, Flusso di Coscienza torna sul web. In realtà il vecchio FdC è ancora visibile all’indirizzo dove era stato trasferito qualche tempo fa, ma ho pensato di ripartire da zero.

I contenuti saranno presumibilmente simili a quelli del vecchio, forse un’estensione del mio blog in inglese Avian Bone Syndrome. Dico presumibilmente, perché in realtà non so neanch’io cosa finirà qui. Lo scopriremo solo vivendo, diceva uno che poi è morto, e la cosa effettivamente non è molto incoraggiante.

Nel frattempo, vogliate perdonare il disordine: sto ancora sistemando. Normalmente preparerei tutto e solo alla fine aprirei il sito al pubblico, ma siamo tra di noi e insomma, chi vuoi che si offenda per una macchia di vernice sulla barra laterale?

Insomma, vi auguro buona lettura e… bentornati su Flusso di Coscienza!